Nel secondo trimestre 2026 il gruppo MBRF ha registrato ricavi netti per 40,7 miliardi di BRL, trainati dalla piattaforma pollo BRF e dall'unità Sadia Halal. La notizia non è solo una questione brasiliana: riguarda direttamente chi in Italia produce e vuole esportare carne nei mercati islamici. Ecco perché.
Secondo quanto riportato da HalalFocus il 19 agosto 2026, riprendendo un'analisi di WATTPoultry, il gruppo MBRF Global Foods Company ha chiuso il secondo trimestre 2026 con ricavi netti pari a 40,7 miliardi di BRL, in crescita del 4,9% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. A guidare il risultato non è stata la crescita complessiva del gruppo, ma in modo specifico due unità di business: la piattaforma avicola BRF e la divisione Sadia Halal, che ha fatto registrare margini superiori alla media aziendale.
Non si tratta di un caso isolato. Il Brasile è già oggi il principale esportatore mondiale di alimenti verso i Paesi dell'Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC), con 33,3 miliardi di dollari spediti nel solo 2024, e il comparto Halal ne rappresenta la colonna vertebrale commerciale.
A prima vista, i conti trimestrali di un colosso sudamericano possono sembrare lontani dalla realtà di un produttore agroalimentare italiano. In realtà il messaggio è diretto: l'unità Halal di un'azienda non è un accessorio, è un driver di margine.
Questo è esattamente il punto che molti responsabili qualità italiani faticano ancora a interiorizzare. La certificazione Halal viene spesso vista come un adempimento burocratico necessario per aprire un mercato, qualcosa da ottenere una volta e poi dimenticare. I risultati di MBRF dimostrano il contrario: un'unità produttiva strutturata intorno agli standard Halal — con processi dedicati, filiera verificata e certificazione riconosciuta nei Paesi di destinazione — riesce a generare margini superiori al resto del business.
Non tutte le certificazioni Halal hanno lo stesso peso commerciale. Un buyer di Riad, Dubai o Kuala Lumpur non accetta qualsiasi timbro: verifica che l'ente certificatore figuri nella lista degli organismi riconosciuti dalle autorità del suo Paese. Se il certificato non è accettato localmente, il prodotto non entra.
Questo è il punto in cui un produttore italiano può costruire un vantaggio reale rispetto a competitor di altri Paesi europei che si appoggiano a enti privi di riconoscimento internazionale. I mercati che oggi assorbono la quota maggiore di import Halal richiedono certificazioni emesse da enti accreditati da specifiche autorità nazionali:
Un certificato riconosciuto in questi contesti non è un plus: è la condizione minima per essere presenti sullo scaffale o nel listino di un importatore.
Il caso MBRF/Sadia Halal suggerisce una riflessione strategica in tre passaggi.
1. Valutare quali mercati si vogliono raggiungere. I mercati islamici non sono un monolite. Arabia Saudita, Emirati, Indonesia, Malesia e altri hanno requisiti tecnici e autorità di riferimento diversi. Prima di avviare qualsiasi processo di certificazione, è necessario sapere esattamente dove si intende vendere, perché il riconoscimento dell'ente certificatore varia da Paese a Paese.
2. Verificare che la filiera sia compatibile con gli standard Halal. Per le carni, questo significa ragionare sulla macellazione, sulla separazione delle linee, sulla gestione degli additivi e dei coadiuvanti tecnologici. Per l'industria alimentare più in generale, significa mappare gli ingredienti e i processi produttivi rispetto ai requisiti Halal applicabili nel mercato di destinazione. Questo lavoro va fatto prima della certificazione, non durante.
3. Scegliere un ente certificatore con riconoscimento effettivo. Non basta che un ente dichiari di essere riconosciuto: occorre verificare che compaia nelle liste ufficiali delle autorità del Paese target. Un ente accreditato ISO/IEC 17065 e riconosciuto formalmente dai principali Paesi importatori offre una garanzia concreta che il certificato prodotto sarà accettato a destinazione.
Il risultato di Sadia Halal non è arrivato per caso. È il prodotto di anni di investimento in processi certificati, in relazioni con le autorità dei Paesi importatori e in una filiera pensata fin dall'origine per rispettare gli standard richiesti. Per un'azienda italiana che vuole competere sugli stessi mercati, il percorso è lo stesso, anche se le dimensioni sono diverse.
La buona notizia è che le imprese italiane partono con un vantaggio qualitativo riconosciuto sui mercati internazionali: la reputazione del made in Italy nel food. Quello che spesso manca è la struttura certificativa che rende quel prodotto acquistabile nei mercati islamici. Colmare questo gap non richiede mesi di lavoro: richiede un'analisi iniziale chiara e un ente certificatore che conosca i requisiti specifici di ciascun mercato di destinazione.
Se stai valutando l'accesso a uno o più mercati islamici e vuoi capire da dove iniziare — quali standard si applicano al tuo prodotto, quali Paesi richiedono quale tipo di certificazione, cosa comporta in termini di processo interno — HQC Italia fornisce un preventivo gratuito entro 24 ore. Il punto di partenza è sempre un'analisi della tua situazione specifica, non una risposta generica.
Fonte: HalalFocus – BRF, Sadia Halal units drive record Q2 margins for MBRF, 19 agosto 2026, riprendendo WATTPoultry Staff.
Descrivici il prodotto e i mercati di destinazione: il preventivo è gratuito e arriva entro 24 ore.