Un accordo tra un colosso saudita del pollo e un gruppo malese riporta al centro un principio che molte aziende italiane ancora sottovalutano: nei mercati islamici più importanti, una sola certificazione Halal non basta. Scopri cosa significa in pratica per chi esporta dall'Italia verso Arabia Saudita, Malesia e i mercati del Golfo.
Tanmiah Food Company, uno dei principali produttori di proteine animali dell'Arabia Saudita, ha firmato un memorandum d'intesa con Tradewinds Berhad, gruppo malese attivo nell'agroalimentare, per esplorare la produzione, la lavorazione e la distribuzione di proteine Halal in chiave Sud-Est Asiatica. L'accordo include l'esportazione di pollo prodotto in Arabia Saudita verso la Malesia, lo sviluppo di impianti locali di lavorazione e investimenti nelle fasi a monte della filiera. Secondo quanto riportato da HalalFocus, la doppia certificazione Halal è identificata come il vero asset strategico dell'operazione.
Per un'azienda agroalimentare italiana che esporta o vuole esportare nei mercati islamici, questa notizia contiene una lezione precisa: la struttura della certificazione Halal richiesta nei Paesi di destinazione è una variabile competitiva, non un dettaglio burocratico da affrontare all'ultimo momento.
Nei mercati islamici più regolamentati, ottenere una sola certificazione Halal valida nel Paese di origine non garantisce l'accesso al mercato di destinazione. Ogni Paese riconosce un elenco specifico di enti certificatori e spesso distingue per categoria merceologica.
In Arabia Saudita, i riferimenti principali sono SASO (Saudi Standards, Metrology and Quality Organization) e SFDA (Saudi Food and Drug Authority). In Malesia, l'autorità governativa è JAKIM. In Indonesia operano BPJPH per il rilascio del certificato e MUI o altri organismi autorizzati per la fatwa. Negli Emirati Arabi Uniti e nel Golfo, i riferimenti sono GAC e EIAC. HQC Italia è riconosciuta da tutti questi enti.
Quando un'operazione commerciale riguarda contemporaneamente due Paesi con sistemi di riconoscimento diversi — come nel caso dell'accordo Tanmiah-Tradewinds tra Arabia Saudita e Malesia — il prodotto deve essere certificato in modo che sia accettato da entrambi. Questo è ciò che il settore chiama «doppia certificazione» e che HalalFocus identifica come il vero asset dell'accordo.
Le aziende agroalimentari italiane che si affacciano ai mercati islamici tendono a ragionare per destinazione singola: certifico per la Malesia, oppure per gli Emirati, oppure per l'Indonesia. Questo approccio funziona finché la strategia di export è limitata a un solo mercato. Ma nel momento in cui l'azienda vuole scalare su più Paesi — o quando il distributore locale rivende in più mercati della regione — una certificazione monolocale diventa un collo di bottiglia.
L'accordo Tanmiah-Tradewinds mette in luce una tendenza strutturale: i grandi operatori del settore Halal progettano già in partenza architetture di certificazione multi-Paese. Chi esporta verso di loro, o concorre sugli stessi scaffali, deve fare altrettanto.
Un secondo elemento da considerare riguarda la filiera. L'accordo prevede non solo l'esportazione di prodotto finito, ma anche lo sviluppo di impianti di lavorazione locali. Questo significa che fornitori italiani di ingredienti, additivi, aromi o semilavorati che alimentano stabilimenti di trasformazione in Arabia Saudita o in Malesia sono già oggi soggetti a doppi requisiti di certificazione Halal.
Il primo passo è mappare con precisione i mercati ai quali si punta, non solo in termini geografici ma anche in termini di enti riconosciuti. Le domande corrette da porsi sono:
Il secondo passo è verificare che l'ente scelto abbia un riconoscimento che copre effettivamente tutti i Paesi target. HQC Italia è riconosciuta in oltre 50 Paesi islamici, inclusi Arabia Saudita (SASO e SFDA), Emirati Arabi Uniti e Paesi del Golfo (GAC e EIAC), Malesia (JAKIM), Indonesia (MUI e BPJPH), Singapore (MUIS) e Thailandia (CICOT). Questo significa che un'azienda italiana che ottiene la certificazione HQC non deve duplicare il percorso ogni volta che aggiunge un mercato alla propria strategia di export.
Il terzo elemento da considerare è la tempistica. La certificazione Halal richiede un percorso strutturato: analisi della documentazione di prodotto e di processo, verifica degli ingredienti lungo tutta la filiera, audit in stabilimento, rilascio del certificato. Avviare questo percorso quando il contratto con il distributore estero è già firmato è tardi. La certificazione va pianificata nella fase di sviluppo commerciale, non come condizione successiva.
Il percorso di certificazione Halal con HQC Italia prevede una fase documentale iniziale, in cui l'azienda presenta le schede tecniche degli ingredienti, i layout di stabilimento e le procedure di produzione. Segue la verifica di conformità e, se necessario, un audit in loco. Il certificato rilasciato è valido nei Paesi che riconoscono HQC, senza necessità di ulteriori passaggi locali nella maggior parte dei casi.
HQC Italia rilascia un preventivo gratuito entro 24 ore dalla richiesta.
Il caso Tanmiah-Tradewinds è un promemoria utile: nei mercati islamici più evoluti, la struttura della certificazione è già parte del disegno strategico delle operazioni. Per un'azienda italiana che vuole essere competitiva su questi mercati, partire con un ente riconosciuto su scala globale non è un vantaggio accessorio — è il punto di partenza.
Fonte: HalalFocus – Dual Certification Is the Real Asset in Tanmiah's Malaysia Deal
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