Da ottobre 2026 l'Indonesia estende l'obbligo di certificazione Halal al settore tessile e dei prodotti in pelle, incluse borse e accessori in cuoio. Per un'azienda italiana che esporta o produce su licenza in questo Paese, le implicazioni sono immediate e concrete. Ecco cosa cambia e quali passi intraprendere.
A partire da ottobre 2026, l'Indonesia rende obbligatoria la certificazione Halal per il settore tessile e dei prodotti in tessuto, inclusa la manifattura di borse e articoli in pelle bovina. Lo riferisce Voice of Indonesia (rri.co.id, 4 settembre 2026), citando i nuovi obblighi previsti dalla normativa indonesiana sulla certificazione Halal obbligatoria. Il provvedimento non riguarda solo gli alimentari — già al centro di precedenti scadenze regolatorie — ma si estende ora a una fascia merceologica completamente diversa, con dirette conseguenze per chi produce o esporta in Indonesia articoli in cuoio, tessuti e affini.
L'Italia è uno dei maggiori produttori mondiali di pelletteria e articoli in pelle. Borse, cinture, portafogli, scarpe e accessori in cuoio bovino sono spesso realizzati con sottoprodotti della macellazione. Proprio qui sta il punto critico: dal punto di vista Halal, la pelle di origine bovina deve provenire da animali macellati secondo il rito islamico. Se il cuoio usato nella lavorazione non è di origine Halal certificata, il prodotto finito non potrà ottenere la certificazione e non potrà essere commercializzato nel mercato indonesiano senza incorrere in blocchi doganali o sanzioni.
Per un'azienda italiana del comparto moda-pelletteria che vende in Indonesia, o che intende farlo, si apre dunque un percorso di verifica a ritroso lungo tutta la filiera: dalla provenienza delle pelli grezze, alla concia, alla lavorazione, fino al prodotto finito.
L'esperienza maturata con le scadenze Halal del settore alimentare in Indonesia insegna che le aziende che si muovono in anticipo ottengono la certificazione con tempi e costi gestibili. Chi aspetta l'ultimo momento si trova a fare i conti con code presso gli enti certificatori, richieste di documentazione urgente ai fornitori, e nel peggiore dei casi con spedizioni bloccate alla dogana di Giacarta o Surabaya.
Va inoltre considerato che l'Indonesia è il Paese con la più alta popolazione musulmana al mondo: escludersi da questo mercato per mancanza di certificazione non è una scelta neutrale. Significa cedere spazio a concorrenti — turchi, cinesi, vietnamiti — che si stanno già attrezzando per rispettare i nuovi requisiti.
Un errore frequente, anche tra aziende strutturate, è pensare che una certificazione vegan o una dichiarazione di assenza di derivati animali sia equivalente alla certificazione Halal. Non lo è. Come chiarito anche da Halal Times in un approfondimento pubblicato a settembre 2026, i due standard rispondono a criteri diversi: il vegan esclude i derivati animali, l'Halal ne certifica la liceità secondo i requisiti islamici. Una borsa in pelle sintetica potrebbe essere vegan ma non Halal se nella lavorazione sono stati utilizzati prodotti chimici non conformi; viceversa, una pelle bovina certificata Halal non è vegan. Le due cose non si sostituiscono.
HQC Italia supporta le aziende italiane nell'ottenimento della certificazione Halal per i mercati islamici, con riconoscimenti attivi in oltre 50 Paesi, inclusa l'Indonesia attraverso BPJPH. Il primo passo è richiedere un preventivo gratuito, disponibile entro 24 ore dalla richiesta, per capire quali categorie di prodotto rientrano nel perimetro certificabile e quali adeguamenti di filiera sono eventualmente necessari.
La notizia completa è disponibile su HalalFocus — Textile Industry Prepares for Mandatory Halal Certification in 2026.
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