Vietnam entra nel mercato Halal globale: cosa deve fare un'azienda italiana per non perdere terreno

· 7 min di lettura · a cura di HQC Italia

Vietnam entra nel mercato Halal globale: cosa deve fare un'azienda italiana per non perdere terreno

Il Vietnam ha annunciato una strategia per conquistare quote nel mercato Halal mondiale, puntando su riso, caffè, anacardi, prodotti ittici e alimenti trasformati. Per le aziende agroalimentari italiane si apre una finestra competitiva: capire le sfide del Vietnam significa anche capire dove l'Italia può differenziarsi. Ecco cosa comporta concretamente questa notizia per chi esporta o vuole esportare nei mercati islamici.

La notizia: il Vietnam vuole conquistare il mercato Halal

Il Vietnam ha dichiarato l'intenzione di rafforzare la propria presenza nel mercato globale degli alimenti Halal, con un focus su prodotti chiave come riso, caffè, anacardi, frutti di mare e alimenti trasformati. Lo riporta HalalFocus (28 ottobre 2026), che sottolinea anche i tre ostacoli principali che frenano le aziende vietnamite: l'ottenimento delle certificazioni Halal riconosciute nei mercati di destinazione, l'approvvigionamento di ingredienti conformi e la complessità degli standard internazionali che variano da Paese a Paese.

Per un'azienda agroalimentare italiana, questa notizia non riguarda solo un competitor asiatico. Riguarda la geometria competitiva dell'intero mercato Halal e, soprattutto, indica con precisione dove un'azienda italiana può costruire un vantaggio difendibile.

Perché il Vietnam è rilevante per le aziende italiane

Il Vietnam non compete direttamente con i prodotti tipici dell'export agroalimentare italiano — pasta, olio d'oliva, conserve di pomodoro, formaggi, prodotti dolciari — ma compete per gli stessi mercati di destinazione: Arabia Saudita, Emirati Arabi, Indonesia, Malaysia, Singapore, Turchia. Quando un Paese con una capacità produttiva importante come il Vietnam accelera sul fronte Halal, riduce lo spazio disponibile per chi arriva impreparato o senza certificazione riconosciuta.

Il punto critico identificato nell'articolo è esattamente quello che rallenta anche molte aziende italiane: la frammentazione degli standard internazionali. Ogni Paese importatore ha i propri requisiti di riconoscimento degli enti certificatori. Un certificato Halal valido in Malaysia può non essere accettato in Arabia Saudita, e viceversa. Questo crea una barriera all'ingresso che non dipende dalla qualità del prodotto, ma dalla scelta dell'ente certificatore.

Il problema della certificazione riconosciuta: dove si vince o si perde

Le aziende vietnamite, secondo HalalFocus, faticano proprio a ottenere certificazioni valide nei mercati di destinazione. Questo è il nodo centrale: non basta avere un certificato Halal, bisogna avere il certificato rilasciato da un ente riconosciuto nel Paese in cui si vuole vendere.

Per un'azienda italiana, la situazione è analoga. I principali mercati islamici hanno liste chiuse di enti certificatori accreditati:

Un'azienda che sceglie un ente certificatore non presente in queste liste si trova nella stessa posizione descritta per le aziende vietnamite — e nella stessa posizione in cui si sono trovate le aziende neozelandesi con gli Emirati, quando il loro ente di riferimento ha perso il riconoscimento UAE e le esportazioni si sono bloccate.

Cosa deve fare concretamente un'azienda italiana

La notizia vietnamita offre uno specchio utile. Le sfide che il Vietnam deve affrontare sono le stesse che un'azienda italiana deve risolvere prima di entrare in un mercato islamico. Ecco i passaggi concreti:

Il vantaggio competitivo dell'Italia: qualità certificata

C'è un elemento che distingue strutturalmente il made in Italy dalla concorrenza asiatica o sudamericana: la percezione di qualità, sicurezza alimentare e tracciabilità. I consumatori nei mercati islamici — sempre più sofisticati e informati — associano i prodotti italiani a standard elevati. Ma questa percezione non basta da sola: deve essere supportata da una certificazione Halal riconosciuta, che trasforma la reputazione in un requisito commerciale verificabile.

Il percorso di certificazione Halal per un'azienda agroalimentare italiana parte dall'analisi documentale degli ingredienti e delle procedure produttive, prevede un audit dello stabilimento e si conclude con il rilascio del certificato valido nei Paesi riconosciuti dall'ente certificatore. I tempi e i costi variano in funzione della complessità del prodotto e del numero di mercati target.

Come procedere

HQC Italia è accreditata ISO/IEC 17065 ed è riconosciuta in oltre 50 Paesi islamici, tra cui Arabia Saudita (SASO e SFDA), Emirati Arabi e Paesi del Golfo (GAC ed EIAC), Indonesia (BPJPH), Malaysia (JAKIM), Singapore (MUIS) e Thailandia (CICOT). Il preventivo per avviare il percorso di certificazione è gratuito e viene fornito entro 24 ore dalla richiesta.

Fonte: HalalFocus, «Viet Nam seeks stronger foothold in global Halal food market», 28 ottobre 2026.

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